Dr Giorgio Del Gobbo
Dr Giorgio Del Gobbo | Traumatologia e Riabilitazione

lesioni muscolari

Gennaio 26th, 2008 by admin

Le lesioni muscolari sono i traumi sportivi più comuni in generale, soprattutto in discipline come il calcio o il calcio a cinque che contano milioni di praticanti nel nostro paese…
Stranamente però godono di scarsa considerazione; non c’ è chiarezza su chi debba occuparsene: ortopedico, medico sportivo, fisioterapista e così si lascia il campo a figure per la maggior parte non professionali che con pratiche spesso non professionali si prendono “cura” dei nostri atleti.
La mancanza di ricerche e la scarsità di lavori pubblicati conferma il poco interesse istituzionale per questo argomento:  è indubbiamente il settore in cui c’ è stata meno evoluzione, il meno scientifico dei campi della traumatologia.
Dobbiamo però rivedere questa posizione: oggi le lesioni muscolari possono condizionare in modo decisivo le sorti di una squadra e la stagione, se non la carriera, di un atleta e sono ormai molti i traumatolofoto1.jpggi sportivi che preferirebbero affrontare una lesione capsulo – legamentosa di ginocchio con i suoi tempi e modi ormai stabiliti, piuttosto che una lesione del bicipite femorale. Un infortunio muscolare  che provochi danno anatomico viene definito contusione o distrazione a seconda della modalità traumatica che può essere diretta o indiretta. E’ impossibile quantificare esattamente la lesione e stiamo abbandonando le classificazioni basate sulla percentuale di fibre interessate anche perché qualsiasi danno anatomico richiede lo stesso trattamento al di là delle sue dimensioni, a parte ovviamente le rotture massive spesso di interesse chirurgico. Non c’ è invece danno e non si può parlare di lesione per la contrattura e il crampo, persistenza dello stato contrattile di un muscolo causata da alterazioni della permeabilità di membrana che si risolve spontaneamente e può durare da pochi secondi a molte ore. La contusione può interessare qualsiasi gruppo muscolare, la distrazione invece è patologia quasi esclusiva (rarissime sono le eccezioni) dell’ arto inferiore, dei suoi muscoli lunghi, bi – articolari, capaci di sviluppare grande forza e grande potenza e sollecitati strenuamente in molte discipline sportive.
In ordine di frequenza: capo lungo del bicipite femorale, estensore dell’ anca e flessore del ginocchio – retto femorale, flessore dell’ anca ed estensore del ginocchio – gastrocnemio, flessore del ginocchio ed estensore della caviglia (foto2).

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La poca scientificità della materia contrasta molto con gli studi sulla fisiologia del muscolo che da sempre ha affascinato i ricercatori per la sua complessità e la sua fine regolazione; la contrazione è un meccanismo che implica una serie di azioni concatenate tra loro ed anche la più piccola anomalia in qualsiasi punto del circuito può riuscire ad alterarla: è quanto avviene nella distrazione muscolare, ma non conosciamo l’ anello debole, quando e perché si rompa!

Il laboratorio ci dà qualche informazione e ci aiuta a fare qualche considerazione importante: intanto la sede di lesione è quasi sempre la giunzione mio – tendinea e dissezioni anatomiche mostrano tali connessioni anche in pieno ventre muscolare, i cosiddetti tendini ricorrenti, giustificando così la possibilità di danni tessutali anche lontano dal tendine principale.

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La seconda notizia è che il muscolo attivato, cioè fatto contrarre e rilasciare, assorbe maggiore energia prima di rompersi, giustificando così la pratica del riscaldamento pre – attività atletica (la differenza con le condizioni reali è comunque enorme). La terza informazione, forse la più importante è che la contrazione eccentrica provoca danni alla membrana cellulare della miofibra, la indebolisce. In questo caso il muscolo frena, tenta di opporsi ad una forza che prova ad allungarlo: ad esempio se scendendo da un gradino il quadricipite non si attivasse eccentricamente cadremmo in avanti.
Le analisi video di numerosi infortuni avvalorano quanto detto: se un muscolo è allungato in contrazione eccentrica ed impatta con violenza contro una forza esterna (il terreno, un pallone, la forza di gravità) la possibilità di lesione è alta, anzi, tanto più quel muscolo sarà allungato, tanto minore sarà la forza esterna necessaria per provocare il danno; abbiamo tutti in mente l’atleta che per aumentare la velocità dello scatto amplia la falcata e si infortuna appena il piede tocca terra.

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L’analisi degli studi epidemiologici ci dà pochi risultati: gli unici fattori predisponenti accertati sono una precedente lesione, anche non dello stresso muscolo, e l’età. John Orchard ha studiato più di 83.000 situazioni di gioco nel football australiano e ce ne dà conferma affermando che in pratica, non potendo prevenire una lesione già avvenuta e non essendoci ancora rimedio per l’avanzare dell’ età, non esiste prevenzione!

Tutte le teorie sullo stretching, sulla tonificazione, su diete, integratori, vitamine, tutori ed altro non hanno mai avuto conferma, non c’è nulla che provi scientificamente il loro ruolo nella prevenzione del trauma muscolare.

La diagnosi prevede un’ accurata anamnesi; l’ atleta ricorda sempre il gesto ed il momento dell’ infortunio e la sensazione che ha provato. L’ esame clinico prevede un’ attenta palpazione della zona dolente cercando di apprezzare un avvallamento, una irregolarità, un’ area contratta, cui fa seguito l’ esecuzione di tests di forza e di allungamento per valutare la funzionalità del muscolo leso. Dopo qualche giorno potrà apparire un’ area ecchimotica, anche ampia, a valle della lesione, evento da considerare positivo: il versamento ematico ha superato i confini della fascia e si è espanso rendendone più facile il riassorbimento.

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La presenza invece di una tumefazione intramuscolare che resta invariata nel corso del tempo ci fa pensare ad un ematoma dal trattamento spesso problematico.

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L’ ecografia  è senza dubbio l’ esame di elezione per questo tipo di patologia per la facile reperibilità, il basso costo e la ripetitibilità; ci mostra l’ ematoma, la disorganizzazione delle fibre, la fibrosi, la calcificazione; è però strettamente operatore e sonda dipendente e non riesce a mostrare piccoli versamenti.
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La risonanza magnetica   ci dà immagini molto belle, ma è un esame di difficile reperibilità, costoso e pertanto non facilmente ripetibile; non ci dà ancora, rispetto all’ ecografia, dati decisivi per farlo utilizzare di routine e tra l’ altro l’ esperienza dei radiologi in questo campo è ancora molto scarsa; ci dà però un’ informazione importantissima: modificazioni della struttura tissutale, intese come persistenza di uno stato edematoso, permangono nel ventre muscolare ben al di là del tempo considerato sufficiente per il recupero agonistico, per cui l’ atleta che torna in campo è a rischio e si spiegano così le recidive e le lesioni di altri muscoli, probabilmente sottoposti ad un insolito lavoro di compenso.

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La terapia deve essere rivolta dapprima a minimizzare lo stravaso ematico e quindi l’ eventuale formazione dell’ ematoma con una compressione immediata, l’ applicazione di ghiaccio e metodiche di linfodrenaggio manuale, quindi a limitare la perdita delle caratteristiche di quel muscolo in termini di forza ed elasticità con tecniche di massoterapia tradizionale ed esercitazioni dapprima in palestra poi in campo, fino al recupero agonistico.

 Il ricorso a terapie antinfiammatorie non ha senso se pensiamo che la reazione infiammatoria post – traumatica si spegne in 60 – 72 ore ed ha il compito di ripulire la zona lesionata dai detriti necrotici e preparare il terreno più favorevole alle successive fasi di riparazione e rimodellamento; numerosi studi oggi dimostrano che limitare l’ infiammazione dopo un trauma ritarda la guarigione del tessuto.
Concludendo possiamo affermare che oggi le lesioni muscolari rappresentano una seria sfida per la traumatologia sportiva non solo per la loro frequenza, ma soprattutto per l’ incertezza sui tempi di recupero, sicuramente troppo brevi nonostante l’ alto numero di recidive, spesso drammatiche, consigli la massima prudenza.

Posted in traumatologia e rieducazione

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