Febbraio 8th, 2010 by admin

Con l’ utilizzo della risonanza magnetica nella diagnostica per immagini del ginocchio abbiamo “scoperto” nuove patologie ed una terminologia che fino ad una decina di anni fa non utilizzavamo; mi riferisco soprattutto alle cosiddette meniscopatie: meniscopatia degenerativa, meniscosi, lesione degenerativa del corno posteriore…In pratica la risonanza ci ha permesso di scoprire che qualsiasi processo degenerativo, dal post-traumatico all’ invecchiamento, può interessare anche la fibrocartilagine meniscale. Come comportarsi? Io credo che togliere un menisco o una parte di esso da un’ articolazione già sofferente possa solo peggiorare la situazione: per quanto malfunzionante può ancora svolgere in qualche misura il suo ruolo di ammortizzatore e distributore del carico e di certo non è il solo responsabile del dolore. Quante volte, eseguita una meniscectomia, dopo un breve miglioramento (dovuto al lavaggio articolare) il paziente ha maledetto quell’ intervento! E’ importante invece agire per ottimizzare il carico con plantari (anche se la loro efficacia è dibattuta), con ginocchiere elastiche di sostegno, ma soprattutto con esercizi di rinforzo muscolare specifico ed esercitazioni aerobiche per il controllo del peso corporeo. L’ utilizzo di infiltrazioni di acido ialuronico può essere un valido complemento. Speriamo che se ne convincano presto anche gli amici chirurghi!
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Gennaio 28th, 2010 by admin

Partita a calcetto tra over…, si sente un crac ed un giocatore cade a terra con le mani sul ginocchio; dolore violentissimo ma fortunatamente di breve durata, tanto che l’infortunato riesce a camminare e tornarsene a casa pensando a nulla di grave. Il giorno dopo però il ginocchio è molto gonfio, non si articola e non consente l’ appoggio, forse è meglio consultare un medico. Lo visito e la diagnosi clinica è rottura del legamento crociato anteriore, consiglio un esame RM che rivela invece la completa avulsione dell’ area spinale, zona di inserzione del legamento; praticamente, cosa assai rara in un adulto, ha ceduto l’osso. Clinicamente la conseguenza è la stessa, instabilità del ginocchio, ma chirurgicamente la differenza è enorme, trapianto tendineo contro reinserzione del frammento osseo. Ho assistito all’ intervento effettuato dopo una settimana in artroscopia dai dr Gabriele Caraffa e Remo Di Matteo: riposizionamento e fissazione con fili, perfettamente riuscito. La nota positiva è che in questo caso il tessuto legamentoso non ha subito danni per cui una volta attecchito l’ osso il ginocchio sarà anatomicamente intatto, ma c’è anche una nota negativa, l’ immobilizzazione completa in estensione ed il divieto di carico per almeno 30 gg. renderanno la rieducazione molto più difficoltosa rispetto al trapianto tendineo pro l.c.a.
Conclusione: meglio questo o meglio quello, sicuramente meglio non aver fatto quella partita!
P.S.: per la cronaca quel ginocchio appartiene a mio fratello Fabio.
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Gennaio 20th, 2010 by admin

Parola strana che potrebbe far pensare a qualche sindrome rara, ma non è così. L’ algodistrofia, o neuroalgodistrofia o m. di Sudeck, o distrofia simpatica riflessa o CRPS (all’ americana) è molto più frequente di quanto si immagini, solo che spesso e fortunatamente si presenta in forma lieve e, se correttamente trattata, regredisce; ma non sempre! Quando dopo un trauma o un intervento chirurgico che abbiano richiesto un periodo di immobilizzazione un’ articolazione si presenta un po’ troppo dolente, un po’ troppo rigida, un po’ troppo gonfia, un po’ troppo fredda, è obbligatorio pensare ad una algodistrofia, patologia provocata soprattutto da uno squilibrio della regolazione simpatica del tono vasale zonale con ipossia e ristagno venoso e conseguente deficit metabolico dei tessuti cutanei, muscolari ed ossei. Occorre prendere una decisione: continuare a preservare la parte interessata tenendola ferma o invece, al contrario, iniziare una terapia “aggressiva”? Io sono convinto che il movimento, la “funzione” rappresentino il miglior rimedio per tanti problemi e penso che mobilizzare passivamente ed attivamente un distretto algodistrofico ed invitare al carico, anche se dolorosi, siano essenziali per rimettere in moto il flusso circolatorio ed evitare l’ innesco di questo circolo vizioso: non muovo e non carico perché ho dolore, ma blocco ulteriormente la vascolarizzazione ed aumento la sofferenza cutanea, muscolare ed ossea e questo mi provocherà ancora più dolore quando proverò a muovere e caricare e così la patologia si autoalimenta! Ritorniamo a questo punto ad un argomento che, come ho già scritto, rappresenta la chiave di volta: per far accettare ad un paziente un iter terapeutico probabilmente doloroso e pertanto anche mentalmente impegnativo occorre spiegargli la situazione, essere chiari, convincerlo, in altre parole DIALOGO! (vedi precedenti articoli)
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Gennaio 5th, 2010 by admin

Le infiltrazioni endoarticolari costituiscono ormai da tempo un punto fisso nella terapia della malattia artrosica. Oltre ai cortisonici, dotati di sola azione antiinfiammatoria e pertanto destinati ad ottenere nella migliore delle ipotesi un successo momentaneo, il farmaco più comunemente utilizzato è l’acido ialuronico (HA), una molecola naturalmente sintetizzata dalle cellule sinoviali che, oltre ad essere responsabile delle proprietà viscoelastiche del liquido articolare, contribuisce ai meccanismi di lubrificazione nelle condizioni di carico e protegge parzialmente il tessuto dalla penetrazione di cellule infiammatorie o dagli enzimi litici; molte osservazioni hanno documentato che il liquido sinoviale nei pazienti artrosici è poco viscoso a causa della diminuzione di HA, pertanto la sua infiltrazione serve a migliorare le proprietà fisiologiche del fluido articolare. La letteratura mondiale è concorde nel riconoscere i benefici di questo farmaco e la pressochè totale assenza di effetti avversi. Il ginocchio è sicuramente l’articolazione che più si è giovata della somministrazione di HA per la relativa facilità della tecnica infiltrativa. L’anca è sede frequente di artrosi, ma molto più difficile da infiltrare per le sue caratteristiche anatomiche e per la prossimità di vasi e nervi anche se, per quanto sopra detto, si gioverebbe molto dell’azione dell’HA. Grazie alla guida ecografica il problema si risolve: la sonda permette di individuare lo spazio articolare e di seguire esattamente l’accesso dell’ago al suo interno ed il deflusso del liquido iniettato, assicurando così la correttezza del trattamento. L’infiltrazione endoarticolare d’anca è pertanto un atto di assoluta competenza medica, praticato da uno specialista ortopedico o traumatologo che abbia dimestichezza con l’ecografia oppure, meglio ancora, che operi in collaborazione con un ecografista, rispettando ovviamente tutte le norme igieniche. Sicuramente, come per il ginocchio, molti pazienti beneficieranno del trattamento infiltrativo e comunque si avrà un’altra arma a disposizione contro l’artrosi della coxo-femorale prima di procedere alla chirurgia protesica
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